CHIUSO.

Questo tumblr, che però a me piace chiamare blog per darmi un tono, finisce qui.

Ho avuto più blog che fidanzati, ho sempre avuto tante cose da dire e il mio essere perennemente insoddisfatta mi ha sempre portata a cambiare luogo ogni tot, come se cambiare piattaforma volesse dire cambiare vita. 

E io che di vite ne ho avute cento lo posso dire che sì, è così.

Dicono che con un blog vero ormai si fanno i soldi, ci si può mettere sopra la pubblicità, poi con il dominio .com ti trovano in ogni dove, “indicizzata”, “social media”, “personal branding”, io non so nemmeno che cosa cazzo vogliano dire tutte ste parole, però ci proviamo. Che a voi sembra tutto facile, ormai il sito ce l’ha pure la cassiera del Lidl, ma io non sono mica come tutti gli altri, io ho i miei tempi, le mie paranoie, la mia vergogna.

Poi, se va bene, vi offro da bere.

Ho ancora tante cose da dire e tante lacrime da versare, non dimenticatevi di me, porca miseria non ci provate nemmeno perché torno a breve.

Vi devo raccontare di come questi bambini terribili mi stiano cambiando la vita e degli inglesi che ti vedono da sola al supermercato e ti chiedono di andare a cena.

A presto, ma altrove.

D.

Ps: mi dispiace anonimi ma adesso le domande dovete farle mettendoci la faccia.

Londra - cap.1 - Non sparate sulla ragazza alla pari.

Un tempo, qualche post fa, c’è stato il “non sparare sulla cameriera”, quando servivo piatti di pasta in una tavola calda milanese e pensavo che un giorno qualcosa sarebbe cambiato, come la protagonista di Flashdance.

Qualcosa, in effetti, è cambiato.

Sono a Londra da otto giorni,e ogni sera mi spoglio, mi metto il pigiama, mi infilo nel letto e penso “Ma chi me l’ha fatto fare”.

Sono con persone che non conoscevo prima di venire, e che conosco ancora molto poco.

Non faccio ancora quello che mi ha spinta a venire qua.

Una bambina di tre anni mi urla in faccia che mi odia, che non le piaccio, di lasciarla in pace.

Mi devo abituare io, si deve abituare lei, ci dobbiamo abituare tutti. Credo.

E poi ci siete voi, che come al solito non capite un cazzo.

“Ma perché vai a fare la ragazza alla pari?” “Ma che ci vai a fare a Londra?” “Ah eccola, un’altra italiana all’estero” o meglio ancora “un’altra che va a fare la puttana all’estero”.

Se volevo fare la puttana potevo farla anche in Italia, non c’era bisogno di venire fino a qui.

E soprattutto io di fare la puttana, adesso, non ho nemmeno il tempo.

Siccome, appunto, non capite un cazzo, non potete capire che non tutte le persone che partono, e soprattutto quelle che vengono a cercare fortuna in questa città, sono uguali.

Ci sono quelle che vengono qui con i soldi di mamma e papà e fanno finta di studiare, ma in realtà fanno solo un sacco di party.

Ci sono quelle che vengono a fare le cameriere per imparare l’inglese ma poi vanno a lavorare in un pub gestito da italiani e quindi parlano italiano, abitano con degli spagnoli e dei francesi e quindi parlano l’inglese sbagliato, e poi tornano in Italia e fanno le cameriere lì, o restano qua e diventano manager o salcazzo e dicono che è tutto più bello e che “qua non ci sono Grillo e Berlusconi!11!!” e hey, non ci interessa.

Ci sono quelle che vengono in Erasmus, cosa che però io non posso fare perché non vado più all’università e no, non perché ho finito il mio percorso e ho indossato la corona d’alloro, ma perché ho abbandonato come solo i perdenti fanno.

E infine ci sono quelle come me, che vogliono provare sempre le esperienze nuove, ma che siccome negli ultimi mesi non hanno trovato niente da fare e hanno prosciugato i soldi in scarpe brutte e mojito allora decidono di vivere l’esperienza alla pari, perché stare in famiglia vuol dire non pagare l’affitto, non pagare le bollette, ricevere uno stipendio più basso del normale ma almeno parlare la lingua che sei venuta a studiare per davvero.

Cento euro in tasca, la speranza che, quando tornerò, ci sarà un posto per me, degli scatoloni chiusi a chilometri di distanza senza sapere cosa succederà a casa mia.

Cibo diverso, pulizia diversa, abitudini diverse, guida diversa.

Stare lontani da casa fa schifo, così come fa schifo vedere le foto dei tuoi amici tutti insieme il sabato sera.

Fa schifo non capire tutto quello che ti dicono e parlare una lingua che non è la tua, fa schifo non avere le carezze e non avere il tuo letto.

Fa pure schifo non sapere bene se è la scelta giusta, immaginare che le persone a te care possano non essere d’accordo.

Fa schifo andare via con la consapevolezza che le persone più anziane che lasci può darsi che non le ritroverai, e ti chiederai se ne è davvero valsa la pena.

Non parlate male delle cose che non sapete, perché io mi sto facendo il culo, non ho ancora conosciuto una persona al di fuori della famiglia, non sono andata in centro, non ho bevuto un drink con le persone che conosco qua, non posso chiamare i miei nonni perché la mia scheda non va bene per chiamare in Italia e loro non hanno niente di tecnologico a portata di mano che permetta di poterci vedere su internet.

Fanno schifo un sacco di cose, ma tante, eppure lo fanno tutti, e allora posso farlo pure io.

Ogni volta.

Ogni volta che mi chiedono di scrivere qualcosa, esce fuori il tuo nome.

In qualunque cosa: la lista della spesa, un articolo su Paolo Nutini, un post sulla moda, un qualcosa che con te non c’entra un cazzo.

Perché da quando quello che scrivo è pubblico, parla sempre tutto di te.

Ogni volta.

Ti chiedo, gentilmente, di staccarti dalla mia pelle, sei attaccato alle mie ciglia come il mascara waterproof, attaccato alle mie unghie come lo smalto nero, attaccato alla mia testa come i miei capelli, stretto addosso a me come un vestito di due taglie più piccole, appiccicato alle mie mani come se avessi giocato con la vinavil e poi ti avessi accarezzato, ho il tuo odore nel naso e la tua voce nelle orecchie.

Vorrei cambiare pelle come un serpente, per far sì che tu possa finalmente restare lì in un angolo, secco, ingiallito, senza poter nemmeno più avere la possibilità sfiorarmi, nemmeno di guardarmi da lontano.

Non devi sapere come sto, con chi sto, dove sto, perché ci sto, devi sapere che qua per te non c’è più niente da prendere, hai comprato tutto nemmeno fossi Briatore, e non mi hai nemmeno chiesto il permesso.

Nessuna trattativa, nessuna ricevuta, nemmeno una stretta di mano.

Ogni volta che ritorni fa più male, ogni volta che vai via è un tram che mi prende in piena faccia, 

Non tornare mai, nemmeno se te lo chiedo, nemmeno se ti prego in ginocchio, se mi vedi piangere, se metto il vestito migliore, se mi pettino i capelli, se ti vengo sotto casa, se ti porto un felafel, se ti porto l’erba, se ti chiamo al cellulare, se ti scrivo su whatsapp, se urlo sotto al tuo balcone, se prendo un treno.

Mi leggi? Ti leggi? Mi capisci? Ti capisci? La guardi? Mi guardi? Siamo uguali? Lei è meglio di me? Ti ricordi? Hai mai scritto qualcosa per me? 

Quanto non te le meriti le mie parole, ogni volta te le meriti di meno.

Ogni volta ti immagino digitare il mio nome nella casella di tutti i social, come se fosse anche minimamente possibile che a te possa interessare una briciola di questo corpo stanco, di questa mente spenta, di quello che hai guardato così poche volte eppure a me sembra una vita intera.

Trasformiamo questo ogni volta in un mai più, io ho bisogno che qualcun’altro venga a spezzarmi il cuore, ho bisogno di dedicare queste parole a una persona diversa da te, e ogni volta che nomino te raggiungere questi bisogni mi sembra impossibile.

La mia amica M.

La mia amica M. è una donna molto coraggiosa.
Ha i chili in più, e li porta senza vergogna. Forse anche grazie a un viso così bello che guardare più giù del collo è da cretini.

È tornata all’università all’età in cui le persone si laureano, ma a testa alta. Riuscirà dove io ho fallito, senza pensare a chi dice che siamo troppo vecchie per continuare a sognare.

Affronta le malattie delle persone più importanti della sua vita senza battere ciglio, forse un po’ ormai è la forza dell’abitudine, come se ci si potesse abituare a vedere qualcuno che si ama spegnersi piano piano, senza che tu possa fare niente per alleviare il loro dolore se non accarezzare le loro guance.

Si carica di responsabilità, sopporta, manda giù bocconi amari come il cianuro, ma c’è sempre. A qualunque ora, in qualunque momento, anche a chilometri di distanza, anche quando dovrebbe pensare a pulire lo sporco della sua di vita. Lei invece lucida la tua.

Vedi M. io vorrei essere per te l’amica che tu sei per me. Non lo so se ci riesco, io ci spero sempre, e il fatto che te sia nella mia vita da anni nonostante io sia spesso lontana da te è una delle poche certezze che ho nella vita.

Vedi M. te mi chiami Supergirl, ma è un soprannome che si addice di più a te. Sei super perché lo dai a vedere meno di me, non lo scrivi su un blog e su Facebook metti solo le frasi delle canzoni che ti piacciono, ma hai più palle di tutte noi messe insieme.

Vedi M. io ti invidio tanto, perché nonostante tutto quello che la vita ti ha tolto e che ancora non smette di toglierti te sei sempre presente a dire a me che tutto passa. Tu invidi me perché faccio sempre quello che voglio, perché vado dove voglio, pensi che quello che mi spinge a fare tutto quello che ho fatto sia coraggio, ma sai M. la verità è che le persone che si riempiono la bocca con le parole “indipendenza” e “libertà”, in fondo, sono quelle che vorrebbero solo qualcuno che chieda loro di restare.

Ricordati M. che la vita ti ha fatta diventare la donna di casa troppo presto, ti ha presa in giro, ti ha schiaffeggiata, ma hai sempre vinto te. Anche quando pensavi di aver perso.

Ricordati M. che le persone ci lasciano, per forza. A me e a te è successo troppo presto, e non ci sono spiegazioni per quello che la vita ci ha fatto, ma guardaci, guarda le foto in cui sorridiamo, tutto quello che abbiamo vissuto insieme, lo vedi che non è più tutto buio?

Mi mancherai M. ma so che, quando tornerò, te sarai lì ad aspettarmi.

Un giorno in circoscrizione.

È vero, l’account Roma fa schifo su twitter fa più schifo di Roma stessa, e di certo non ci tengo a essere messa sullo stesso piano di un cumulo di fasci che predicano bene e razzolano male. Però io che Roma fa schifo lo dico lo stesso e me lo posso pure permettere, dissociandomi da quella gente con la quale non ho niente in comune ma manifestando comunque il mio dissenso per una città che odio sotto ogni punto di vista.

Quando mi sono trasferita da Guidonia a Roma ho pensato che la mia vita sarebbe di gran lunga migliorata. Il comune di Guidonia me ne ha fatte passare di tutti i colori, e il fatto che il correttore dell’iphone corregga colori con dolori mi sembra anche giusto.
Come quando mi rubarono il portafoglio, andai dai carabinieri a fare la denuncia e mi chiesero di presentare un documento. “Eh come faccio a sape’ chi sei se nun c’hai un documento?” “Eh, devo denunciare il fatto che me li abbiano rubati”. Tipo.

Roma, invece, fa ancora più schifo. Ti aspetti che la capitale funzioni, che sia tutto rose e fiori, che pure se Alemanno s’è magnato pure i sampietrini a na certa qualcosa si sistemi.
Mi dispiace che adesso voi pensiate che io sia una di quelle persone che si lamenta di tutto e che siccome ha vissuto da un’altra parte rinnega le sue origini, ma io vi posso assicurare che chi si lamenta di Milano dovrebbe baciare ogni giorno prima ogni centimetro di asfalto che calpesta, e poi in bocca il sindaco Pisapia.
Che per carità in questo nostro Paese sfasciato la burocrazia fa schifo ovunque, ma qui stiamo raggiungendo livelli di schifezza pari a una discarica a cielo aperto.

Io ne ho passate di tutti i colori. In finale, candidamente dico che mi fate cacare. Mi fa cacare il fatto che la circoscrizione sia aperta tre ore al giorno e che si permettano anche di chiudere prima per la troppa affluenza, e grazie al cazzo che c’è troppa affluenza, se lavoraste qualche ora in più forse andrebbe meglio.
Mi fa cacare il fatto che siano chiusi il sabato quando io porco giuda lavoravo pure la domenica e guadagnavo sicuramente meno di queste merde, mi fa cacare il fatto che gli impiegati siano tutti incapaci di svolgere il loro lavoro, che pensino che io non abbia niente da fare tutto il giorno come loro, che mi chiedano di tornare dodici volte per un figlio di merda quando io mi muovo con i dannati mezzi pubblici - che meritano un post a parte - e quindi mi fanno perdere la giornata intera.
Mi fa anche cacare sentirmi dire che sono una maleducata se sbrocco a chi mi risponde in maniera poco esaustiva, perché io non sono affatto maleducata, se lo fossi vi manderei a fanculo subito e senza nemmeno darvi spiegazioni (e avrei comunque tutte le ragioni per farlo), e invece io le spiegazioni ve le regalo in un italiano nemmeno troppo sbagliato, con molta calma e tranquillità.
Io sono esasperata, e davanti ho te, caro omino della cassa, quindi con chi me la dovrei prendere? Se scrivo una stronzata per lavoro non è che se la prendono col capo che me l’ha pubblicata, ma con me che l’ho scritta. Se in gelateria facevo un cono sbagliato tu cliente urlavi in faccia a me, non è che chiamavi Federico Grom. Rappresentate lo schifo che vi sta dietro, mica è colpa mia. Se ogni volta che dico “mi chiami il responsabile” per non urlarti in faccia tutte le mie frustrazioni te non me lo chiami, io che ci posso fare? Con chi devo reclamare? Co mi zia che lavora alla coop? Con lo spazzacamino? Con l’estetista?
Mi fa anche cacare il fatto che se riesci a svegliarti alle 6 e ad arrivare a un orario improbabile che però ti permette di accaparrarti un numero, cosa che io ho fatto più volte, poi comunque devi aspettare due orette buone prima di fare ciò che devi. Mi fanno cacare i “non lo so”, “non è il mio lavoro”, “vada a chiedere al piano 24esimo stanza 182181818 ala f scala v”.

Rendiamoci conto che quando venni in circoscrizione dopo la morte di mio padre, mi chiesero di fargli firmare un foglio. FAR FIRMARE UN FOGLIO A UN MORTO PER AVERE IL SUO CERTIFICATO DI MORTE. Poi mi hanno fatta tornare ovviamente altre dodici volte quando io non vedevo l’ora di chiudere quel triste capitolo della mia vita per non pensarci più.
A luglio poi, ovviamente, gli orari sono ancora più ridicoli, quindi ricordatevi di non morire in estate, mi raccomando, segnatevelo in agenda.

Io non lo so come fate a non farvi prendere un esaurimento nervoso al giorno. Forse non avete mai avuto il bisogno di avere a che fare con tutto questo, e io ve lo auguro dal profondo del mio cuore, o forse sono io che tendo a esaurirmi facilmente, fatto sta che mentre scrivo lo sento salire lo smatto, sento che mi vorrei strappare i capelli come quando avevo sei anni e si separarono i miei genitori o mangiarmi tutte le unghie che con molta pazienza sono riuscita a far crescere.
Sento che vorrei prendere tutti questi fogli che ho davanti e lanciarli in aria, che vorrei lanciare le sedie e i vasi e le persone, sento che è ora di prendere le goccine e mi sta dannatamente sul culo il fatto che non ci si renda conto che non puoi sapere chi si ha davanti, che io che ho gli attacchi di rabbia mica ce l’ho scritto in fronte, e quindi se io adesso mi mettessi a urlare chi potrebbe darmi torto? Chi ne avrebbe il coraggio?

Ma cosa volete cambiare, cosa volete fare, volete andare avanti ma ogni passo verso il futuro sono trenta verso il passato, fate i tecnologici e ancora dobbiamo compilare quaranta fogli per far autenticare una foto tessera, passano i mesi e gli anni e noi qua, ad aspettare, e ci deve pure stare bene perché oh è così, non è colpa di nessuno.

Allora, Ignazio, io ti io votato, ti ho pure conosciuto, ma adesso è ora che te ti prenda carico delle mie sedute dallo psicologo. Sono 50 euro a botta, e la maggior parte delle volte ci vado per qualcosa che mi ha fatta sbroccare in questo comune di Roma maledetto.
Perché la pazienza ha un limite, e io quel limite l’ho superato di molto due anni fa.

Io tra sette giorni me ne vado - forse, perché se non riesco a fare il documento che mi serve me ne sto qua a scaldare il letto - e spero che questo maledetto municipio delle torri fatto di zozzeria, di disorganizzazione, di incompetenza, di maleducazione e di vaffanculo imploda nella notte.
Non è che si può vivere bene solo se si vive sopra il Colosseo, porco guida.

Le cose che cambiano.

Ci sono cose che, ormai, non sono più le stesse.
Cose da fare, da dire, da pensare, o anche solo da mangiare.
Cose che quando le hai fatte per una vita intera con qualcuno, poi, sono difficili da fare da sola.
Non hanno più la stessa importanza di un tempo, non esaltano, non fanno nemmeno più ridere anche se sono esattamente le stesse.

In questa lunga lista ci ho messo:
- la formula 1
- la moto gp
- i film di Tarantino
- i supplì di nonna
- il grande fratello
- il lago di Castel Gandolfo
Anche guardare I Fiumi di Porpora uno e due di fila, in effetti, forse non sarebbe più così epico come fu quella sera che proprio non sapevamo che fare, quando lo streaming non c’era e andavamo a noleggiare i film in dvd in quel negozio in cui avevamo sempre dei debiti da saldare perché poi ci dimenticavamo di riportarli in tempo.
Ha chiuso per colpa dello streaming, ma forse un po’ anche per colpa nostra.

Sono stata catapultata, pochi giorni fa, in un universo di malinconia fatto di tutte quelle cose, piccole e grandi, che quando le facevo con te avevano tutt’altro sapore.

Per esempio c’è Ayrton Senna. E Senna di qua, e Senna di là, tutti a parlare di Senna e io, che sono sempre stata il figlio maschio ma con una manciata di lentiggini sul naso, le cose che dite le so già tutte.

Un amore comune chiamato Formula Uno, nato quando ero piccola e cresciuto quando sarebbe stato più giusto pensare ad altro. Ma non è mica facile essere una bambina sportiva che vive col papà. I capelli sono corti, le gonne bandite, le scarpe sono rigorosamente da ginnastica e quel ragazzino siciliano che ti manda le lettere con i cuoricini sulla busta dopo che ti ci sei scambiata qualche bacio neanche troppo innocente in colonia diventa la preoccupazione principale.
“Non ti innamorare mai di qualcuno che non somigli a me”, e invece ho sbagliato e l’ho fatto tante volte, ma questa è un’altra storia.
In fondo a me piaceva Irvine, quindi di uomini già non ci capivo un cazzo.

Non esistevano orari, le giornate erano scandite dalle gare. Se erano alle 14 ci sbrigavamo a finire il pranzo, se erano di notte puntavamo la sveglia.
Io ti chiedevo chi bisognava tifare e te mi rispondevi la Ferrari, quelle macchine rosse di quel rosso che pochi anni dopo avrei trasferito sui miei capelli, erano i tempi di Schumacher e di Hakkinen, e di Coulthard, ci piaceva Trulli ma non Fisichella.
Brindavamo alle doppiette della rossa fiammante italiana, e nessuno poteva parlarci se vinceva un’altra scuderia.
Mi chiedevo cosa volessero dire tutte le bandiere diverse, mi eccitavo guardando i pit stop, mi coprivo gli occhi con le mani durante gli incidenti, sapevo a memoria gli inni nazionali dei piloti che vincevano più spesso, e mi chiedevo perché sprecassero così quello spumante così buono.
Ho visto talmente tante gare che il fatto che io guidi così male mi sembra assurdo.
Ma mica tutto quello che ti appassiona, poi, riesci a farlo bene. Se così fosse io sarei un supereroe della Marvel, o una regina di seduzione come Scarlett Johansonn.

Perché si portano via il volante quando scendono dalla macchina? Cos’è una safety car? Perché non ci sono piloti donne? Perché in alcune gare coprono le marche delle sigarette?

Così, l’altra sera, mi sono seduta sul letto. Sono una donna, ormai, non ho più bisogno che nessuno mi spieghi le regole del gioco. Ho acceso la tv e ho guardato il film su Senna. Il tempo di sbattere le palpebre e il letto si è trasformato in un divano, la donna è tornata bambina, la bocca ha iniziato di nuovo a riempirsi di domande così tanto che sembrava una lavatrice piena di schiuma, e io non ero più sola.

Ci sono tante cose che non sono più le stesse e che non guardo, non faccio, non mangio più. Eppure, ogni volta che ci penso, è bellissimo avere di nuovo otto anni.

Duedita nel compleanno di dueditanelcuore.

Io non lo so perché, ma il mio compleanno è il giorno che ho sempre amato più di tutti. Un rapporto morboso fatto di attese snervanti, di conteggi alla rovescia sul calendario, di preparativi finiti poi male, di bottiglie di spumante nella borsa e di pioggia, piove sempre il 24 Aprile.
C’è chi lo odia, chi lo nasconde, chi non lo vuole festeggiare, e io non lo capisco il perché. Se il tempo non passasse mai saremmo tutti immortali, e pensate un po’ che palle, che noia, che disastro. Io già non so più che fare a 25 anni, mi sembra di aver fatto abbastanza, come potrei impegnare le giornate per l’eternità? Non sarebbe la solita routine? E io voglio mettere la crema antirughe.
Se è solo il giorno che ci avvicina un po’ di più alla fine ma che ben venga, intanto però fatemela godere alla grande.
Un po’ di più ogni anno, un po’ di più, un po’ di più.

Chissà quanti compleanni ancora dovrò passare senza di te, quante mezzanotti passeranno senza un tuo messaggio di auguri, quanti regali orribili scarterò senza poterteli far vedere.
Chissà se riceverò gli auguri da quelle persone che non mi parlano più ma che vorrei tanto ricevere, auguri sono solo sei lettere, con whatsapp non si pagano i messaggi, se tutti gli auguri che riceverò su facebook saranno davvero sentiti, se qualcuno alzerà il telefono invece di pigiare i tasti del computer, e chissà se il desiderio che esprimerò soffiando le candeline si avvererà, o quello che esprimerò quando farò sicuramente cadere lo spumante sul tavolo e me lo passerò con le dita sul collo come l’ultima delle scaramantiche che gira col cornetto rosso nella borsa.
Non si è mai esaudito nessun desiderio che ho espresso.
Se così fosse stato, te saresti ancora qui.

E allora cosa posso esprimere quest’anno? Cosa ho espresso l’anno scorso? Non me lo ricordo mica, forse niente, perché mi sembrava che la mia intera esistenza fosse solo una nuvola di fumo dalla quale sarebbe stato impossibile riemergere, e allora cosa c’è da sperare, se tanto ti sembra di non vedere più in là del tuo naso?
Trovare un lavoro? Far finalmente sparire i brufoli? Far crescere più velocemente i capelli? Trovare un marito? Avere i soldi per andare in Islanda? Avere un figlio dai capelli rossi di nome Giovanni?

Ma io quest’anno compio un quarto di secolo. È tanto che sono sulla terra. I 25 anni sono peggio dei 18, e a me i 18 sembra di averli compiuti l’altro ieri.
Sono come uno scalino altissimo alla fine di una rampa di scale, ti devi reggere alla ringhiera per scendere, e devi saltare giù con un bel po’ di forza. È attraversare i binari del treno invece di usare il sottopassaggio, è un passo più lungo della gamba, è un numero dispari e io odio i numeri pari.

Nessuno riesce a spiegare il mio rapporto con il compleanno. Lo aspetto con ansia, ma poi non lo voglio festeggiare. Mi piace spegnere le candeline, ma ogni volta piango. Mi offendo se non mi fanno gli auguri, ma io dimentico sempre di farli agli altri. Perché a me non piacciono le mezze misure, ma il grigio è il mio colore preferito.

Forse è che il compleanno da due anni non è più il compleanno, è solo un altro anno che inizia senza di te al mio fianco. E allora cosa cazzo ci sta da festeggiare. È andare avanti sapendo che tanto non torni, è raggiungere traguardi senza poterli festeggiare con te, è farsi il culo per vivere una vita che magari dopodomani finisce.
Eppure io ti vedo lì, seduto sullo sgabello del locale, con un bicchiere di plastica pieno spumante in mano che brindi a me, lo alzi in aria e sorridi, mi guardi di nascosto e sussurri “tanti auguri”.
Quindi è sempre un giorno buono per festeggiare un po’ di più, per bere un po’ di più, per festeggiare un po’ di più, per sentirsi apprezzata un po’ di più.
Sempre un po’ di più. Un pezzettino, piccolo, fino a che non avrò ottant’anni, ammesso che io ci arrivi.
Io che sono un’amica terribile, ma ho delle amiche meravigliose.
Io che non racconto mai niente di me, ma tutti mi raccontano qualcosa di loro.
Io che vorrei averti qui, ma che se non ci sei in fondo va bene uguale.
È questo quello che devo festeggiare, non devo pensare a ciò che non ho più, ma a ciò che mi è rimasto.
Però comunque lasciatemi avere il mal di pancia, e la tachicardia, e piangere, anche quest’anno, solo un po’. Un po’ di più dell’anno scorso, un po’ di meno dell’anno prossimo.
Non si piange mica solo di dolore.

Nonostante tutto, quindi, tanti auguri a me.

E me lo dico addirittura il giorno prima, tanto ormai anche la sfiga mi canta “tanti auguri a te”.

La ragazza col vestito a righe.

Vestito a righine orizzontali bianche e nere di h&m, comprato durante i saldi, quando tirano fuori il peggio ma io, che mi vesto di merda, riesco sempre a trovare quelle che per me sono delle vere chicche.
Per gli altri, invece, non lo sono mai.
È effettivamente orribile, anche se la sua forma mi fa sembrare più magra e mi fa le gambe più lunghe, eppure sembra una vestaglia per stare in casa, ma a me piace così tanto che me lo metto sempre e non mi importa se ha una macchia nera sul davanti, colpa del mio avere sempre la testa tra le nuvole, dei discorsi che faccio con me stessa nella mia testa, e delle mie mani di burro da persona maldestra.
Quella macchia me la sono procurata in uno dei tanti esperimenti sui miei poveri capelli, quando mi stufo di avere i capelli rossi e decido di voler sembrare ancora più cattiva, mi tingo i capelli di nero.
Non ti piacevo con i capelli neri.

Quella mattina ero vestita come si vestono tutte le ragazze il 21 di luglio: avevo degli shorts effettivamente troppo corti per le mie cosce cicciottose e con la cellulite, ma io, come te, il caldo lo soffro tantissimo.
Era l’abbigliamento solito che usavo per andare al nostro negozio, quando speravo che scoprendo un po’ di pelle avrei invogliato qualche turista francese a comprare delle scarpe.
Sono venuta così perché non ho nemmeno avuto il tempo di cambiarmi, sono arrivata a casa, sono entrata, ho preso le chiavi della macchina e sono venuta da te.

Gli shorts mostrano la coscia destra e sì parenti vicini e lontani, sì persone che non ricordo di aver mai conosciuto e che mi assillano con tanti “ma come sei cresciuta! Ma come sei bella! Ma quanto somigli a tuo padre!”, sì amici di papà che mi conoscono da quando sono nata, ho un tatuaggio su una coscia, ma non ho intenzione di raccontarvi che significa, e nemmeno che è dedicato a lui. Tanto non capireste.

Torno a casa per l’ora di cena, mi faccio una doccia perché spero che lavi via tutto quello che ho visto, spero che i miei occhi si sgonfino, che l’odore dell’ospedale se ne vada via dai miei capelli. C’è la pizza sul tavolo ma io non ho fame, c’è la gente in casa mia ma io non la vedo nemmeno, c’è il tuo letto in soggiorno e mi ci rotolo con la consapevolezza che non ti ci vedrò più lì sopra.
Mi asciugo il corpo, i capelli, e anche gli occhi, che però, a differenza del resto, rimangono asciutti per poco, e metto la prima cosa che trovo nell’armadio. È il vestito a righe, all’altezza del seno c’era una coulisse e io odio le coulisse, così l’ho tolta e mi sono inventata un modo per non lasciare quelle due estremità libere, e le ho annodate. Cazzo, era davvero inguardabile.

Non potevo immaginare che sarebe stata l’ultima cosa che i tuoi occhi avrebbero visto, se solo lo avessi saputo avrei indossato qualcosa di più carino. Magari un vestito a fiori, una gonna a ruota, dei jeans ricamati, cosa cazzo vuoi che ne sappia io di quale possa essere il look giusto per dire addio a una persona?
Il vestito a righe non l’ho mai lavato, non c’è nemmeno il tuo odore sopra perché quella notte odoravi di altro, ma nel mio cervello lavarlo sarebbe irrispettoso, la lavatrice cancellerebbe tutto quello che c’è sopra.
L’ho appeso nell’armadio, tra la tua camicia e la giacca della tua tuta. Non lo guardo nemmeno.

Quel vestito a righe, io, non l’ho indossato mai più.

F e l i c i t à.

La felicità è semplicemente molto stupida, è una di quelle sensazioni che io proprio non riesco a spiegare.
Forse non è nemmeno felicità, chi lo sa come ci si sente quando la si prova, e anche se fosse non è nemmeno tanto sana perché I Cani dicono che è “niente affatto fotogenica”, e infatti quando sorrido mi si gonfiano gli zigomi e gli occhi - che di solito sono abbastanza grandi - diventano fessure, e si vedono i denti che sono tutto meno che perfetti, però ogni tanto è bellissima.
Vorrei che tutti i bipolari del mondo venissero qui ad abbracciarmi forte e a dirmi che è normale, che può capitare a tutti quanti, che non si oscilla solo tra “sto male” e “sto peggio”.
Mi rende felice il pensiero di pensare di essere felice, e anche vedere una persona aiutare una donna a caricare un passeggino sul bus, poi anche avere le sopracciglia in ordine e mettere una maglia che mi faccia le tette più grandi.
Magari la felicità è un sognatore vestito da supereroe che ti viene a prendere a casa e ti porta su un tetto, come nel finale de “La kryptonite nella borsa”, o anche uno che semplicemente ti viene a portare un cornetto algida sotto casa e te lo mangi con lui in macchina, e che poi magari ti bacia e la sua saliva ha il sapore del cioccolato misto al fumo di sigaretta.
Ci chiediamo che rumore fa, che sapore ha, di che colore è, e magari altro non è che andare a fare le analisi del sangue e scoprire che è tutto ok, un libro che finisce come te lo aspetti, il finale di Breaking Bad. Se ci penso bene lo è anche quello di How I Met Your Mother, per alcuni aspetti.
È così inspiegabile e non è universale, io ho visto gente sorridere durante film che io ho guardato piangendo, dicono che “è vera solo se condivisa” ma io quando ce l’ho me me la tengo e mi sto zitta, che già mi fregano i ragazzi che mi piacciono, le taglie dei vestiti da h&m, l’ultimo pacchetto di patatine highlander al ketchup alla macchinetta della stazione, se poi mi fregano pure la felicità? Mi devo incazzare, e ricominciamo da capo.

Ho pensato che la felicità fosse andare a prendere un’amica in stazione, poi l’ho sentita frantumarsi quando l’ho vista piangere il giorno che è ripartita, è come permettere a una farfalla di posarsi sul palmo della tua mano e poi per sbaglio chiudere quella mano con troppa violenza e ucciderla, o spezzarle le ali.
È la decomposizione interiore che a un certo punto si blocca e inizia a fare l’esatto contrario, si rimargina, ma te non le hai chiesto proprio un cazzo e non hai nemmeno messo un po’ di cicatrene.

Forse sono felice perché so che domani non sarà più così, e se non provassi ogni minuto un’emozione diversa non sarei la persona che tutti conoscono. Forse lo sono perché ho provato sempre così tanta tristezza e rabbia e schifo che è solo la giusta conseguenza.
Io devo toccare tutto con mano, devo grattare via la patina da tutto ciò che vedo, devo sempre scavare, seppellirmi, e poi tornare a prendere aria.
O forse è colpa di tutte le pubblicità dell’ikea alla tv, di due persone che si tengono per mano e mi passano accanto, di una donna che aspetta un bambino, diun bambino che aspetta il papà fuori da scuola, del porta pranzo di spider man al Disney store, dei cerotti con i cuoricini di Tiger, di un arrivederci e di un bentornata.

E se invece la felicità fosse solo felicità? Se fosse vero che in realtà non tutto ha una spiegazione, che un giorno ti svegli, ti strofini forte gli occhi, e il desiderio che hai espresso quel giorno soffiando via i petali del soffione che hai trovato nel giardino di casa si è avverato?
Spero di ricordarmi sempre com’è, e di riuscire a raccontarla meglio di come ho fatto oggi.

E intanto io qui ho come l’impressione di essermi completamente bevuta il cervello.

Vendesi.

No, non ho messo in vendita il mio corpo. Non sono ancora così disperata da dovermi vendere per scopare.
Però, un anno e mezzo fa, ho messo in vendita casa mia.
“Villetta su tre piani nuova di zecca, messa su nemmeno quattro anni fa, con ulivo secolare in giardino, il barbecue ve lo lasciamo lì dov’è perché mio padre ci ha messo due settimane a montarlo e ha fatto in tempo a farci solo due grigliate, vi lasciamo anche il condizionatore perché io non saprei proprio come imbarcarlo su un aereo. Non fatevi ingannare dall’intonaco che cade dalle pareti e dalle macchie di muffa in tutte le camere, è stata costruita a regola d’arte, anche se le porte del seminterrato non si chiudono più perché si è gonfiato il pavimento. Ci abbiamo vissuto momenti belli e momenti brutti, ma vi giuriamo che vi lasciamo solo la scia di quelli belli, e anche la cucina che è la stessa che avevo quando abitavo da sola con mio padre, e la vita era tutta un’altra cosa”.
Non mi hanno permesso di scrivere questo annuncio, ne hanno scritto uno freddo e anche piuttosto falso, essere onesti nella vita non paga mica.

Gli agenti immobiliari sono la categoria di persone peggiore che conosca, peggio anche dei dentisti e dei preti. Sono bugiardi, hanno sempre un sorriso alla Joker sulla faccia, e in qualche modo sono lì per fregarti. Poveracci, non lo sanno mica che non mi frega nemmeno la banda della Magliana.

I possibili acquirenti, invece, arriveranno con la loro espressione da “poverine, chissà perché vendono, forse se la passano proprio male”, pensano che comprando casa tua possano comprare anche te. Sì, vendiamo perché questa casa così grande non ce la possiamo più permettere, ma la venderei lo stesso perché ogni centimetro quadrato maledetto ricorda chi non c’è più.
Ma non sono cazzi vostri.

Faranno domande inopportune, tipo “ah ci vivi con i tuoi genitori?” “Ah ma come mai la vendi?” “Così giovane e già un figlio?” E tu dovrai stare lì in silenzio con un finto sorriso perché se li mandi a fanculo loro casa non se la comprano più, perché come dicevo non è che stanno acquistando la casa, ma tutto il pacchetto, se te non li accogli con un tappeto rosso e una pioggia di stelle filanti allora i loro soldi non te li meriti.
“Ma sky posso metterlo anche al piano di sopra?” Ma che cazzo ne so io? “Ma secondo te se butto giù questa parete e faccio tutto open space, crolla la casa perché è un muro portante?” Ma che cazzo ne so io? “E se mettessi una bella trave a vista per poter fare gli esercizi per le spalle, reggerebbe?” Ma che cazzo ne so io? Ma cosa volete che me ne freghi a me se avete intenzione di trasformare casa mia in un cesso dell’autogrill, o in un parco giochi per coprire traffici illeciti di cocaina? Io vi odio tutti, ma anche questi non sono cazzi vostri.

Un giorno, poi, sono addirittura arrivati a storcere il naso con la faccia un po’ schifata dopo aver visto un barattolino un po’ sospetto sul mio comodino. “Sì, sono le ceneri di mio padre”, “ah, e le tieni così?”, no guarda pensavo di usarle cone blush stasera per andare a ballare. Ma che te ne frega a te di come tengo mio padre? Nel caso in cui vi sia sfuggito, nemmeno questi sono cazzi vostri.

Mettere in vendita la casa è come mettere in vendita se stessi, vi guarderanno come foste la carne appesa al soffitto dal macellaio, vi scruteranno come se dalla vostra faccia assonnata si potesse evincere chissà quale strana storia torbida, fisseranno il pigiama che indossate quando aprite la porta e oh scusate tanto se non sono andata a farmi la permanente e non mi sono andata a far fare il trucco glitter da sephora, ma non è che io rimarrò qui attaccata al muro come fossi un quadro di Dalì, quindi è inutile che mi osservate, perché indovinate? Come vi apro la porta non sono cazzi vostri.

Voi dovete comprare casa mia, non dovete comprare me, quindi guardate il giardino, le pareti, il cesso, la cucina, il disordine della mia camera e no, i duecento libri che ho in perfetto ordine di editore sulla mensola non ve li lascio.
Non guardate me, perché mi state per portare via un pezzo di vita, quindi non c’è proprio un cazzo da guardare.
“Arrivederci, grazie, buona giornata!” e ora via, su, andate a fanculo.

Vorrei essere per te.

Vorrei essere per te la tua torta preferita, vorrei che mi mangiassi con gusto e che dopo fossi felice, che ti leccassi i baffi alla fine, che sperassi di averne ancora. O un piatto di pasta al pomodoro, quella piace a tutti, vorrei che facessi addirittura la scarpetta per non perderti nemmeno un pezzettino di me.
Vorrei essere un girasole per seguire tutti i tuoi movimenti come se te fossi il mio sole, ma senza che tu te ne accorga mai. Spiarti in ogni momento, girarti se ti giri, stare fermo se stai fermo.
Vorrei essere per te una madre migliore della mia, il tuo rasoio, il tuo pettine, la pioggia che ti bagna i vestiti e l’acqua della doccia che ti bagna la pelle, l’asciugamano caldo e persino il phon, il tuo bagnoschiuma preferito, la schiuma che ti scivola addosso.
Vorrei essere la tua maglietta preferita per sfiorarti la pelle, per starti avvinghiata come se ti fossi saltata in braccio, e il tuo cappotto per scaldarti così tanto da farti sudare.
Vorrei essere la donna che pensi quando ti tocchi, l’ultimo tuo pensiero prima di addormentarti e il primo quando apri gli occhi al risveglio, quella che vorresti vedere nuda, e vestita, e truccata, e struccata, e il pavimento su cui cammini, il letto su cui dormi, il lenzuolo che ti sfiora, le cose che tocchi, le cose che pensi, la luce in fondo al buio, la lampadina accesa di notte, il tuo programma tv preferito, le maniglie, le forchette e la tazzina del caffè, per sentire almeno una volta le tue labbra su di me.
Vorrei essere il sedile della macchina su cui ti siedi, il volante che stringi tra le mani, la luce che entra dalla finestra al mattino, il raggio che ti fa svegliare, l’homepage di internazionale, i tuoi poster sul muro, il tuo luogo sicuro, il cerotto che ti copre le ferite, le ferite stesse, la lattina di coca cola, la cannuccia del Negroni, gli occhiali che si poggiano sul tuo naso e i tuoi calzini, il libro che leggi per essere sfogliata e il tuo stesso corpo per essere spogliata.
Vorrei essere tutto per avere, almeno una volta, una sola, la sensazione di avere un posto, anche minuscolo, nella tua vita.

Quando torna il mio papà gli dico che sei mio amico.
Gli dico che in effetti di amici ne ho un sacco, posso contarli addirittura sulle dita di due mani, e non me lo sarei mica aspettato. Che nonostante tutto, in fondo, non deve mai pensare che io sia sola, perché anche quando lo sembro poi esce sempre fuori qualcuno a chiedere come sto. Pure quando non me lo merito.
Quando torna il mio papà gli dico anche che ho provato a mangiare ancora i fichi, che a lui piacevano tanto, ma che proprio non ce la faccio a farmeli piacere. Ho anche provato a rimettermi a dieta, ma il risotto chiama sempre il mio nome, e non riesco a mangiarne meno di due piatti. Anche il cioccolato, lo sento urlare “Denai” e lo addento.
Quando torna il mio papà gli dico che piano piano corro sempre di più, quasi ogni giorno, corro lontano da casa e più vicino a lui, come quando ero piccola. Gli dico che in Inghilterra forse farò anche qualche gara, per ricordarmi com’era avere un pettorale spillato sul petto.
Quando torna il mio papà gli dico anche che essere donne ed essere contemporaneamente come me nel 2014 è davvero difficile, che non c’è ancora nessuno che mi accompagni a trovarlo o che mi dica che sto bene col rossetto rosso, ma che quando arriverà allora sarà quello giusto per davvero, ma non lo metterò mai a confronto con lui perché non c’è partita.
Quando torna il mio papà gli dico che non è vero che sono triste, è solo che non sono nemmeno felice. Sono nel limbo di quelle persone che pensano che c’è chi sta peggio, ma c’è anche chi sta meglio. Se stessi peggio poi forse starei meglio, ma se stessi meglio, poi, starei meglio davvero? E se poi volessi stare peggio, perché il meglio non è divertente? 
Poi, quando torna il mio papà, lo aiuto a disfare le valigie, lo abbraccio fortissimo, gli passo una mano tra i capelli e gli dico che bianchi gli stanno benissimo. Gli dico che è bello vedere che finalmente gli sono ricresciuti e che non cadono più, gli accarezzo le mani e gli dico che è bello vedere che non ci sono più le ferite intorno alle dita, che è bello vedere che il sangue si coagula di nuovo, che le rughe gli donano, che è invecchiato come lo immaginavo, che ci somigliamo sempre, che la faccia è la stessa, spiccicata. Mi faccio raccontare tutti i posti nuovi che ha visto e tutti i personaggi che ha incontrato, gli chiedo se Calvino gli ha parlato di me, e se Mastroianni dal vivo è così bello come lo immagino.
Infine, quando torna il mio papà, gli dico che riaverlo qui è così bello che non si può descrivere, come quella notte che ho sognato che da dove è andato lui si può tornare, che non è vero mica che quando gli occhi si chiudono non si riaprono più, e gli dico che non deve andare più via, perché la prossima volta che se ne andrà, io andrò via con lui.
Quindi, quando torna il mio papà?

Quando torna il mio papà gli dico che sei mio amico.

Gli dico che in effetti di amici ne ho un sacco, posso contarli addirittura sulle dita di due mani, e non me lo sarei mica aspettato. Che nonostante tutto, in fondo, non deve mai pensare che io sia sola, perché anche quando lo sembro poi esce sempre fuori qualcuno a chiedere come sto. Pure quando non me lo merito.

Quando torna il mio papà gli dico anche che ho provato a mangiare ancora i fichi, che a lui piacevano tanto, ma che proprio non ce la faccio a farmeli piacere. Ho anche provato a rimettermi a dieta, ma il risotto chiama sempre il mio nome, e non riesco a mangiarne meno di due piatti. Anche il cioccolato, lo sento urlare “Denai” e lo addento.

Quando torna il mio papà gli dico che piano piano corro sempre di più, quasi ogni giorno, corro lontano da casa e più vicino a lui, come quando ero piccola. Gli dico che in Inghilterra forse farò anche qualche gara, per ricordarmi com’era avere un pettorale spillato sul petto.

Quando torna il mio papà gli dico anche che essere donne ed essere contemporaneamente come me nel 2014 è davvero difficile, che non c’è ancora nessuno che mi accompagni a trovarlo o che mi dica che sto bene col rossetto rosso, ma che quando arriverà allora sarà quello giusto per davvero, ma non lo metterò mai a confronto con lui perché non c’è partita.

Quando torna il mio papà gli dico che non è vero che sono triste, è solo che non sono nemmeno felice. Sono nel limbo di quelle persone che pensano che c’è chi sta peggio, ma c’è anche chi sta meglio. Se stessi peggio poi forse starei meglio, ma se stessi meglio, poi, starei meglio davvero? E se poi volessi stare peggio, perché il meglio non è divertente? 

Poi, quando torna il mio papà, lo aiuto a disfare le valigie, lo abbraccio fortissimo, gli passo una mano tra i capelli e gli dico che bianchi gli stanno benissimo. Gli dico che è bello vedere che finalmente gli sono ricresciuti e che non cadono più, gli accarezzo le mani e gli dico che è bello vedere che non ci sono più le ferite intorno alle dita, che è bello vedere che il sangue si coagula di nuovo, che le rughe gli donano, che è invecchiato come lo immaginavo, che ci somigliamo sempre, che la faccia è la stessa, spiccicata. Mi faccio raccontare tutti i posti nuovi che ha visto e tutti i personaggi che ha incontrato, gli chiedo se Calvino gli ha parlato di me, e se Mastroianni dal vivo è così bello come lo immagino.

Infine, quando torna il mio papà, gli dico che riaverlo qui è così bello che non si può descrivere, come quella notte che ho sognato che da dove è andato lui si può tornare, che non è vero mica che quando gli occhi si chiudono non si riaprono più, e gli dico che non deve andare più via, perché la prossima volta che se ne andrà, io andrò via con lui.

Quindi, quando torna il mio papà?