Duedita nel compleanno di dueditanelcuore.

Io non lo so perché, ma il mio compleanno è il giorno che ho sempre amato più di tutti. Un rapporto morboso fatto di attese snervanti, di conteggi alla rovescia sul calendario, di preparativi finiti poi male, di bottiglie di spumante nella borsa e di pioggia, piove sempre il 24 Aprile.
C’è chi lo odia, chi lo nasconde, chi non lo vuole festeggiare, e io non lo capisco il perché. Se il tempo non passasse mai saremmo tutti immortali, e pensate un po’ che palle, che noia, che disastro. Io già non so più che fare a 25 anni, mi sembra di aver fatto abbastanza, come potrei impegnare le giornate per l’eternità? Non sarebbe la solita routine? E io voglio mettere la crema antirughe.
Se è solo il giorno che ci avvicina un po’ di più alla fine ma che ben venga, intanto però fatemela godere alla grande.
Un po’ di più ogni anno, un po’ di più, un po’ di più.

Chissà quanti compleanni ancora dovrò passare senza di te, quante mezzanotti passeranno senza un tuo messaggio di auguri, quanti regali orribili scarterò senza poterteli far vedere.
Chissà se riceverò gli auguri da quelle persone che non mi parlano più ma che vorrei tanto ricevere, auguri sono solo sei lettere, con whatsapp non si pagano i messaggi, se tutti gli auguri che riceverò su facebook saranno davvero sentiti, se qualcuno alzerà il telefono invece di pigiare i tasti del computer, e chissà se il desiderio che esprimerò soffiando le candeline si avvererà, o quello che esprimerò quando farò sicuramente cadere lo spumante sul tavolo e me lo passerò con le dita sul collo come l’ultima delle scaramantiche che gira col cornetto rosso nella borsa.
Non si è mai esaudito nessun desiderio che ho espresso.
Se così fosse stato, te saresti ancora qui.

E allora cosa posso esprimere quest’anno? Cosa ho espresso l’anno scorso? Non me lo ricordo mica, forse niente, perché mi sembrava che la mia intera esistenza fosse solo una nuvola di fumo dalla quale sarebbe stato impossibile riemergere, e allora cosa c’è da sperare, se tanto ti sembra di non vedere più in là del tuo naso?
Trovare un lavoro? Far finalmente sparire i brufoli? Far crescere più velocemente i capelli? Trovare un marito? Avere i soldi per andare in Islanda? Avere un figlio dai capelli rossi di nome Giovanni?

Ma io quest’anno compio un quarto di secolo. È tanto che sono sulla terra. I 25 anni sono peggio dei 18, e a me i 18 sembra di averli compiuti l’altro ieri.
Sono come uno scalino altissimo alla fine di una rampa di scale, ti devi reggere alla ringhiera per scendere, e devi saltare giù con un bel po’ di forza. È attraversare i binari del treno invece di usare il sottopassaggio, è un passo più lungo della gamba, è un numero dispari e io odio i numeri pari.

Nessuno riesce a spiegare il mio rapporto con il compleanno. Lo aspetto con ansia, ma poi non lo voglio festeggiare. Mi piace spegnere le candeline, ma ogni volta piango. Mi offendo se non mi fanno gli auguri, ma io dimentico sempre di farli agli altri. Perché a me non piacciono le mezze misure, ma il grigio è il mio colore preferito.

Forse è che il compleanno da due anni non è più il compleanno, è solo un altro anno che inizia senza di te al mio fianco. E allora cosa cazzo ci sta da festeggiare. È andare avanti sapendo che tanto non torni, è raggiungere traguardi senza poterli festeggiare con te, è farsi il culo per vivere una vita che magari dopodomani finisce.
Eppure io ti vedo lì, seduto sullo sgabello del locale, con un bicchiere di plastica pieno spumante in mano che brindi a me, lo alzi in aria e sorridi, mi guardi di nascosto e sussurri “tanti auguri”.
Quindi è sempre un giorno buono per festeggiare un po’ di più, per bere un po’ di più, per festeggiare un po’ di più, per sentirsi apprezzata un po’ di più.
Sempre un po’ di più. Un pezzettino, piccolo, fino a che non avrò ottant’anni, ammesso che io ci arrivi.
Io che sono un’amica terribile, ma ho delle amiche meravigliose.
Io che non racconto mai niente di me, ma tutti mi raccontano qualcosa di loro.
Io che vorrei averti qui, ma che se non ci sei in fondo va bene uguale.
È questo quello che devo festeggiare, non devo pensare a ciò che non ho più, ma a ciò che mi è rimasto.
Però comunque lasciatemi avere il mal di pancia, e la tachicardia, e piangere, anche quest’anno, solo un po’. Un po’ di più dell’anno scorso, un po’ di meno dell’anno prossimo.
Non si piange mica solo di dolore.

Nonostante tutto, quindi, tanti auguri a me.

E me lo dico addirittura il giorno prima, tanto ormai anche la sfiga mi canta “tanti auguri a te”.

La ragazza col vestito a righe.

Vestito a righine orizzontali bianche e nere di h&m, comprato durante i saldi, quando tirano fuori il peggio ma io, che mi vesto di merda, riesco sempre a trovare quelle che per me sono delle vere chicche.
Per gli altri, invece, non lo sono mai.
È effettivamente orribile, anche se la sua forma mi fa sembrare più magra e mi fa le gambe più lunghe, eppure sembra una vestaglia per stare in casa, ma a me piace così tanto che me lo metto sempre e non mi importa se ha una macchia nera sul davanti, colpa del mio avere sempre la testa tra le nuvole, dei discorsi che faccio con me stessa nella mia testa, e delle mie mani di burro da persona maldestra.
Quella macchia me la sono procurata in uno dei tanti esperimenti sui miei poveri capelli, quando mi stufo di avere i capelli rossi e decido di voler sembrare ancora più cattiva, mi tingo i capelli di nero.
Non ti piacevo con i capelli neri.

Quella mattina ero vestita come si vestono tutte le ragazze il 21 di luglio: avevo degli shorts effettivamente troppo corti per le mie cosce cicciottose e con la cellulite, ma io, come te, il caldo lo soffro tantissimo.
Era l’abbigliamento solito che usavo per andare al nostro negozio, quando speravo che scoprendo un po’ di pelle avrei invogliato qualche turista francese a comprare delle scarpe.
Sono venuta così perché non ho nemmeno avuto il tempo di cambiarmi, sono arrivata a casa, sono entrata, ho preso le chiavi della macchina e sono venuta da te.

Gli shorts mostrano la coscia destra e sì parenti vicini e lontani, sì persone che non ricordo di aver mai conosciuto e che mi assillano con tanti “ma come sei cresciuta! Ma come sei bella! Ma quanto somigli a tuo padre!”, sì amici di papà che mi conoscono da quando sono nata, ho un tatuaggio su una coscia, ma non ho intenzione di raccontarvi che significa, e nemmeno che è dedicato a lui. Tanto non capireste.

Torno a casa per l’ora di cena, mi faccio una doccia perché spero che lavi via tutto quello che ho visto, spero che i miei occhi si sgonfino, che l’odore dell’ospedale se ne vada via dai miei capelli. C’è la pizza sul tavolo ma io non ho fame, c’è la gente in casa mia ma io non la vedo nemmeno, c’è il tuo letto in soggiorno e mi ci rotolo con la consapevolezza che non ti ci vedrò più lì sopra.
Mi asciugo il corpo, i capelli, e anche gli occhi, che però, a differenza del resto, rimangono asciutti per poco, e metto la prima cosa che trovo nell’armadio. È il vestito a righe, all’altezza del seno c’era una coulisse e io odio le coulisse, così l’ho tolta e mi sono inventata un modo per non lasciare quelle due estremità libere, e le ho annodate. Cazzo, era davvero inguardabile.

Non potevo immaginare che sarebe stata l’ultima cosa che i tuoi occhi avrebbero visto, se solo lo avessi saputo avrei indossato qualcosa di più carino. Magari un vestito a fiori, una gonna a ruota, dei jeans ricamati, cosa cazzo vuoi che ne sappia io di quale possa essere il look giusto per dire addio a una persona?
Il vestito a righe non l’ho mai lavato, non c’è nemmeno il tuo odore sopra perché quella notte odoravi di altro, ma nel mio cervello lavarlo sarebbe irrispettoso, la lavatrice cancellerebbe tutto quello che c’è sopra.
L’ho appeso nell’armadio, tra la tua camicia e la giacca della tua tuta. Non lo guardo nemmeno.

Quel vestito a righe, io, non l’ho indossato mai più.

F e l i c i t à.

La felicità è semplicemente molto stupida, è una di quelle sensazioni che io proprio non riesco a spiegare.
Forse non è nemmeno felicità, chi lo sa come ci si sente quando la si prova, e anche se fosse non è nemmeno tanto sana perché I Cani dicono che è “niente affatto fotogenica”, e infatti quando sorrido mi si gonfiano gli zigomi e gli occhi - che di solito sono abbastanza grandi - diventano fessure, e si vedono i denti che sono tutto meno che perfetti, però ogni tanto è bellissima.
Vorrei che tutti i bipolari del mondo venissero qui ad abbracciarmi forte e a dirmi che è normale, che può capitare a tutti quanti, che non si oscilla solo tra “sto male” e “sto peggio”.
Mi rende felice il pensiero di pensare di essere felice, e anche vedere una persona aiutare una donna a caricare un passeggino sul bus, poi anche avere le sopracciglia in ordine e mettere una maglia che mi faccia le tette più grandi.
Magari la felicità è un sognatore vestito da supereroe che ti viene a prendere a casa e ti porta su un tetto, come nel finale de “La kryptonite nella borsa”, o anche uno che semplicemente ti viene a portare un cornetto algida sotto casa e te lo mangi con lui in macchina, e che poi magari ti bacia e la sua saliva ha il sapore del cioccolato misto al fumo di sigaretta.
Ci chiediamo che rumore fa, che sapore ha, di che colore è, e magari altro non è che andare a fare le analisi del sangue e scoprire che è tutto ok, un libro che finisce come te lo aspetti, il finale di Breaking Bad. Se ci penso bene lo è anche quello di How I Met Your Mother, per alcuni aspetti.
È così inspiegabile e non è universale, io ho visto gente sorridere durante film che io ho guardato piangendo, dicono che “è vera solo se condivisa” ma io quando ce l’ho me me la tengo e mi sto zitta, che già mi fregano i ragazzi che mi piacciono, le taglie dei vestiti da h&m, l’ultimo pacchetto di patatine highlander al ketchup alla macchinetta della stazione, se poi mi fregano pure la felicità? Mi devo incazzare, e ricominciamo da capo.

Ho pensato che la felicità fosse andare a prendere un’amica in stazione, poi l’ho sentita frantumarsi quando l’ho vista piangere il giorno che è ripartita, è come permettere a una farfalla di posarsi sul palmo della tua mano e poi per sbaglio chiudere quella mano con troppa violenza e ucciderla, o spezzarle le ali.
È la decomposizione interiore che a un certo punto si blocca e inizia a fare l’esatto contrario, si rimargina, ma te non le hai chiesto proprio un cazzo e non hai nemmeno messo un po’ di cicatrene.

Forse sono felice perché so che domani non sarà più così, e se non provassi ogni minuto un’emozione diversa non sarei la persona che tutti conoscono. Forse lo sono perché ho provato sempre così tanta tristezza e rabbia e schifo che è solo la giusta conseguenza.
Io devo toccare tutto con mano, devo grattare via la patina da tutto ciò che vedo, devo sempre scavare, seppellirmi, e poi tornare a prendere aria.
O forse è colpa di tutte le pubblicità dell’ikea alla tv, di due persone che si tengono per mano e mi passano accanto, di una donna che aspetta un bambino, diun bambino che aspetta il papà fuori da scuola, del porta pranzo di spider man al Disney store, dei cerotti con i cuoricini di Tiger, di un arrivederci e di un bentornata.

E se invece la felicità fosse solo felicità? Se fosse vero che in realtà non tutto ha una spiegazione, che un giorno ti svegli, ti strofini forte gli occhi, e il desiderio che hai espresso quel giorno soffiando via i petali del soffione che hai trovato nel giardino di casa si è avverato?
Spero di ricordarmi sempre com’è, e di riuscire a raccontarla meglio di come ho fatto oggi.

E intanto io qui ho come l’impressione di essermi completamente bevuta il cervello.

Vendesi.

No, non ho messo in vendita il mio corpo. Non sono ancora così disperata da dovermi vendere per scopare.
Però, un anno e mezzo fa, ho messo in vendita casa mia.
“Villetta su tre piani nuova di zecca, messa su nemmeno quattro anni fa, con ulivo secolare in giardino, il barbecue ve lo lasciamo lì dov’è perché mio padre ci ha messo due settimane a montarlo e ha fatto in tempo a farci solo due grigliate, vi lasciamo anche il condizionatore perché io non saprei proprio come imbarcarlo su un aereo. Non fatevi ingannare dall’intonaco che cade dalle pareti e dalle macchie di muffa in tutte le camere, è stata costruita a regola d’arte, anche se le porte del seminterrato non si chiudono più perché si è gonfiato il pavimento. Ci abbiamo vissuto momenti belli e momenti brutti, ma vi giuriamo che vi lasciamo solo la scia di quelli belli, e anche la cucina che è la stessa che avevo quando abitavo da sola con mio padre, e la vita era tutta un’altra cosa”.
Non mi hanno permesso di scrivere questo annuncio, ne hanno scritto uno freddo e anche piuttosto falso, essere onesti nella vita non paga mica.

Gli agenti immobiliari sono la categoria di persone peggiore che conosca, peggio anche dei dentisti e dei preti. Sono bugiardi, hanno sempre un sorriso alla Joker sulla faccia, e in qualche modo sono lì per fregarti. Poveracci, non lo sanno mica che non mi frega nemmeno la banda della Magliana.

I possibili acquirenti, invece, arriveranno con la loro espressione da “poverine, chissà perché vendono, forse se la passano proprio male”, pensano che comprando casa tua possano comprare anche te. Sì, vendiamo perché questa casa così grande non ce la possiamo più permettere, ma la venderei lo stesso perché ogni centimetro quadrato maledetto ricorda chi non c’è più.
Ma non sono cazzi vostri.

Faranno domande inopportune, tipo “ah ci vivi con i tuoi genitori?” “Ah ma come mai la vendi?” “Così giovane e già un figlio?” E tu dovrai stare lì in silenzio con un finto sorriso perché se li mandi a fanculo loro casa non se la comprano più, perché come dicevo non è che stanno acquistando la casa, ma tutto il pacchetto, se te non li accogli con un tappeto rosso e una pioggia di stelle filanti allora i loro soldi non te li meriti.
“Ma sky posso metterlo anche al piano di sopra?” Ma che cazzo ne so io? “Ma secondo te se butto giù questa parete e faccio tutto open space, crolla la casa perché è un muro portante?” Ma che cazzo ne so io? “E se mettessi una bella trave a vista per poter fare gli esercizi per le spalle, reggerebbe?” Ma che cazzo ne so io? Ma cosa volete che me ne freghi a me se avete intenzione di trasformare casa mia in un cesso dell’autogrill, o in un parco giochi per coprire traffici illeciti di cocaina? Io vi odio tutti, ma anche questi non sono cazzi vostri.

Un giorno, poi, sono addirittura arrivati a storcere il naso con la faccia un po’ schifata dopo aver visto un barattolino un po’ sospetto sul mio comodino. “Sì, sono le ceneri di mio padre”, “ah, e le tieni così?”, no guarda pensavo di usarle cone blush stasera per andare a ballare. Ma che te ne frega a te di come tengo mio padre? Nel caso in cui vi sia sfuggito, nemmeno questi sono cazzi vostri.

Mettere in vendita la casa è come mettere in vendita se stessi, vi guarderanno come foste la carne appesa al soffitto dal macellaio, vi scruteranno come se dalla vostra faccia assonnata si potesse evincere chissà quale strana storia torbida, fisseranno il pigiama che indossate quando aprite la porta e oh scusate tanto se non sono andata a farmi la permanente e non mi sono andata a far fare il trucco glitter da sephora, ma non è che io rimarrò qui attaccata al muro come fossi un quadro di Dalì, quindi è inutile che mi osservate, perché indovinate? Come vi apro la porta non sono cazzi vostri.

Voi dovete comprare casa mia, non dovete comprare me, quindi guardate il giardino, le pareti, il cesso, la cucina, il disordine della mia camera e no, i duecento libri che ho in perfetto ordine di editore sulla mensola non ve li lascio.
Non guardate me, perché mi state per portare via un pezzo di vita, quindi non c’è proprio un cazzo da guardare.
“Arrivederci, grazie, buona giornata!” e ora via, su, andate a fanculo.

Vorrei essere per te.

Vorrei essere per te la tua torta preferita, vorrei che mi mangiassi con gusto e che dopo fossi felice, che ti leccassi i baffi alla fine, che sperassi di averne ancora. O un piatto di pasta al pomodoro, quella piace a tutti, vorrei che facessi addirittura la scarpetta per non perderti nemmeno un pezzettino di me.
Vorrei essere un girasole per seguire tutti i tuoi movimenti come se te fossi il mio sole, ma senza che tu te ne accorga mai. Spiarti in ogni momento, girarti se ti giri, stare fermo se stai fermo.
Vorrei essere per te una madre migliore della mia, il tuo rasoio, il tuo pettine, la pioggia che ti bagna i vestiti e l’acqua della doccia che ti bagna la pelle, l’asciugamano caldo e persino il phon, il tuo bagnoschiuma preferito, la schiuma che ti scivola addosso.
Vorrei essere la tua maglietta preferita per sfiorarti la pelle, per starti avvinghiata come se ti fossi saltata in braccio, e il tuo cappotto per scaldarti così tanto da farti sudare.
Vorrei essere la donna che pensi quando ti tocchi, l’ultimo tuo pensiero prima di addormentarti e il primo quando apri gli occhi al risveglio, quella che vorresti vedere nuda, e vestita, e truccata, e struccata, e il pavimento su cui cammini, il letto su cui dormi, il lenzuolo che ti sfiora, le cose che tocchi, le cose che pensi, la luce in fondo al buio, la lampadina accesa di notte, il tuo programma tv preferito, le maniglie, le forchette e la tazzina del caffè, per sentire almeno una volta le tue labbra su di me.
Vorrei essere il sedile della macchina su cui ti siedi, il volante che stringi tra le mani, la luce che entra dalla finestra al mattino, il raggio che ti fa svegliare, l’homepage di internazionale, i tuoi poster sul muro, il tuo luogo sicuro, il cerotto che ti copre le ferite, le ferite stesse, la lattina di coca cola, la cannuccia del Negroni, gli occhiali che si poggiano sul tuo naso e i tuoi calzini, il libro che leggi per essere sfogliata e il tuo stesso corpo per essere spogliata.
Vorrei essere tutto per avere, almeno una volta, una sola, la sensazione di avere un posto, anche minuscolo, nella tua vita.

Quando torna il mio papà gli dico che sei mio amico.
Gli dico che in effetti di amici ne ho un sacco, posso contarli addirittura sulle dita di due mani, e non me lo sarei mica aspettato. Che nonostante tutto, in fondo, non deve mai pensare che io sia sola, perché anche quando lo sembro poi esce sempre fuori qualcuno a chiedere come sto. Pure quando non me lo merito.
Quando torna il mio papà gli dico anche che ho provato a mangiare ancora i fichi, che a lui piacevano tanto, ma che proprio non ce la faccio a farmeli piacere. Ho anche provato a rimettermi a dieta, ma il risotto chiama sempre il mio nome, e non riesco a mangiarne meno di due piatti. Anche il cioccolato, lo sento urlare “Denai” e lo addento.
Quando torna il mio papà gli dico che piano piano corro sempre di più, quasi ogni giorno, corro lontano da casa e più vicino a lui, come quando ero piccola. Gli dico che in Inghilterra forse farò anche qualche gara, per ricordarmi com’era avere un pettorale spillato sul petto.
Quando torna il mio papà gli dico anche che essere donne ed essere contemporaneamente come me nel 2014 è davvero difficile, che non c’è ancora nessuno che mi accompagni a trovarlo o che mi dica che sto bene col rossetto rosso, ma che quando arriverà allora sarà quello giusto per davvero, ma non lo metterò mai a confronto con lui perché non c’è partita.
Quando torna il mio papà gli dico che non è vero che sono triste, è solo che non sono nemmeno felice. Sono nel limbo di quelle persone che pensano che c’è chi sta peggio, ma c’è anche chi sta meglio. Se stessi peggio poi forse starei meglio, ma se stessi meglio, poi, starei meglio davvero? E se poi volessi stare peggio, perché il meglio non è divertente? 
Poi, quando torna il mio papà, lo aiuto a disfare le valigie, lo abbraccio fortissimo, gli passo una mano tra i capelli e gli dico che bianchi gli stanno benissimo. Gli dico che è bello vedere che finalmente gli sono ricresciuti e che non cadono più, gli accarezzo le mani e gli dico che è bello vedere che non ci sono più le ferite intorno alle dita, che è bello vedere che il sangue si coagula di nuovo, che le rughe gli donano, che è invecchiato come lo immaginavo, che ci somigliamo sempre, che la faccia è la stessa, spiccicata. Mi faccio raccontare tutti i posti nuovi che ha visto e tutti i personaggi che ha incontrato, gli chiedo se Calvino gli ha parlato di me, e se Mastroianni dal vivo è così bello come lo immagino.
Infine, quando torna il mio papà, gli dico che riaverlo qui è così bello che non si può descrivere, come quella notte che ho sognato che da dove è andato lui si può tornare, che non è vero mica che quando gli occhi si chiudono non si riaprono più, e gli dico che non deve andare più via, perché la prossima volta che se ne andrà, io andrò via con lui.
Quindi, quando torna il mio papà?

Quando torna il mio papà gli dico che sei mio amico.

Gli dico che in effetti di amici ne ho un sacco, posso contarli addirittura sulle dita di due mani, e non me lo sarei mica aspettato. Che nonostante tutto, in fondo, non deve mai pensare che io sia sola, perché anche quando lo sembro poi esce sempre fuori qualcuno a chiedere come sto. Pure quando non me lo merito.

Quando torna il mio papà gli dico anche che ho provato a mangiare ancora i fichi, che a lui piacevano tanto, ma che proprio non ce la faccio a farmeli piacere. Ho anche provato a rimettermi a dieta, ma il risotto chiama sempre il mio nome, e non riesco a mangiarne meno di due piatti. Anche il cioccolato, lo sento urlare “Denai” e lo addento.

Quando torna il mio papà gli dico che piano piano corro sempre di più, quasi ogni giorno, corro lontano da casa e più vicino a lui, come quando ero piccola. Gli dico che in Inghilterra forse farò anche qualche gara, per ricordarmi com’era avere un pettorale spillato sul petto.

Quando torna il mio papà gli dico anche che essere donne ed essere contemporaneamente come me nel 2014 è davvero difficile, che non c’è ancora nessuno che mi accompagni a trovarlo o che mi dica che sto bene col rossetto rosso, ma che quando arriverà allora sarà quello giusto per davvero, ma non lo metterò mai a confronto con lui perché non c’è partita.

Quando torna il mio papà gli dico che non è vero che sono triste, è solo che non sono nemmeno felice. Sono nel limbo di quelle persone che pensano che c’è chi sta peggio, ma c’è anche chi sta meglio. Se stessi peggio poi forse starei meglio, ma se stessi meglio, poi, starei meglio davvero? E se poi volessi stare peggio, perché il meglio non è divertente? 

Poi, quando torna il mio papà, lo aiuto a disfare le valigie, lo abbraccio fortissimo, gli passo una mano tra i capelli e gli dico che bianchi gli stanno benissimo. Gli dico che è bello vedere che finalmente gli sono ricresciuti e che non cadono più, gli accarezzo le mani e gli dico che è bello vedere che non ci sono più le ferite intorno alle dita, che è bello vedere che il sangue si coagula di nuovo, che le rughe gli donano, che è invecchiato come lo immaginavo, che ci somigliamo sempre, che la faccia è la stessa, spiccicata. Mi faccio raccontare tutti i posti nuovi che ha visto e tutti i personaggi che ha incontrato, gli chiedo se Calvino gli ha parlato di me, e se Mastroianni dal vivo è così bello come lo immagino.

Infine, quando torna il mio papà, gli dico che riaverlo qui è così bello che non si può descrivere, come quella notte che ho sognato che da dove è andato lui si può tornare, che non è vero mica che quando gli occhi si chiudono non si riaprono più, e gli dico che non deve andare più via, perché la prossima volta che se ne andrà, io andrò via con lui.

Quindi, quando torna il mio papà?

Io non ho paura.

Non ho paura di un sacco di cose, ho paura di tante altre. Come il resto del genere umano, suppongo.
Ad esempio, ho paura dei ragni e dell’acqua alta, di non stare bene con i capelli lunghi e che il mio 42 di piede mi faccia sembrare un pagliaccio, ho paura di ammalarmi, di non trovare mai un uomo adatto a me, di non avere figli, del buio e anche di guidare un motorino.
Peró non ho paura di dire la mia, di raschiare il fondo per vedere se davvero poi, dopo, si può solo risalire, di andare avanti anche quando alla maggior parte della gente che hai intorno non piaci per come sei, degli errori grammaticali che faccio ogni volta che scrivo una frase e nemmeno di tingermi i capelli da sola.
A conti fatti e analizzando bene ogni aspetto di me, le paure sono meno delle non paure, quindi di dire “io non ho paura” me lo posso proprio permettere.

Secondo Google Analytics le persone che leggono questo blog sono più o meno miei coetanei. Io ho 24 anni, quasi 25 - ma finché non li compio faccio finta di niente - e non mi sento giovane perché non mi ci sono mai sentita, ma cazzo, non mi sento neanche vecchia.
Se siete miei coetanei per davvero io spero che sarete d’accordo con me quando dico che non abbiamo ancora l’età giusta per arrenderci. Se a 24 anni siamo vecchi per continuare a provare a fare quello che vogliamo fare, allora lanciamoci giù dal ponte di Ariccia, rapiniamo una banca e sfondiamoci di barbiturici come Marylin, troviamo una corda abbastanza forte e impicchiamoci al lampadario di casa, perché vuol dire che la speranza ce l’hanno tolta per davvero. Se dobbiamo fare il concorso alle poste perché tanto nessuno ci farà fare il giornalista, se dobbiamo cercare il posto fisso statale perché la musica non pagherà mai, se dobbiamo andare a lavorare nell’azienda di papà solo perché gli attori hanno una vita di merda da precari, allora poi a fare gli attori chi ci mandiamo?

Ho passato gli anni più spensierati della mia vita a buttare sudore e sangue dietro uno sport che per molti è considerato estremo. Sempre con quella voglia di migliorarsi, di abbassare i tempi, di indossare il costume della nazionale, di battere l’avversaria più forte. Non accetto che mi venga detto che sono una debole che si arrende.
Ho fatto i lavori più brutti, ho girato con un euro in tasca, ho chiesto aiuto e non l’ho chiesto, ho corso e sono caduta, mi sono rialzata, mi sono rotta le ossa e le ho riaggiustate, ho rotto i pensieri e ho riaggiustato pure quelli, ho detto “ti amo” e non sono stata corrisposta, ho dato buche, ho odiato, ho fatto delle scelte e poi me ne sono pentita, ma non ho mai avuto paura della persona che sono diventata.
Non ho paura di perdere così come non ho paura di vincere.
Non ho paura di chiudere una valigia e di prenotare un aereo, non ce l’ho mai avuta. Ho avuto dubbi e perplessità, ma sono cose diverse, quello ce li danno in dotazione alla nascita e a volte sono proprio quelli a spingerci a saltare la siepe.
Mi hanno detto che sono asociale e che passo tutto il tempo con l’iphone in mano, e allora sì, è vero, ho paura che le persone non capiscano come sono e che mi giudichino in maniera sbagliata, ma non ho paura delle persone in generale. Se così fosse, non farei quello che faccio tutti i giorni, non cercherei il confronto, non avrei gli amici che ho, non avrei fatto tutto quello che ho fatto, non metterei piede fuori dalla cameretta col poster di James Franco appeso sul muro.
Non ho paura di essere diffidente e non ho nemmeno paura di ammettere che qualche lato di me non vada bene, o di chiudere tutti i social per far sì che le persone non vengano più a spiare e a puntare il dito dandomi della depressa, ho paura che mi diano della depressa? No, stronco semplicemente il problema sul nascere.
Non permettete mai a nessuno di dirvi come vivere la vostra vita. Finché crederete in quello che fate, tutto il resto sarà solo un rumore fastidioso di sottofondo, come il canto delle cicale d’estate quando siete in giardino a leggere Benni.
Tutto questo per dirvi che, a volte, dovreste essere voi ad aver paura di ferire i sentimenti delle persone, di farle sentire una merda, di farle sentire un peso. Guardate che la gara a chi è più stronzo non va più di moda da quando Tina Cipollari ha mandato a cagare tutte le corteggiatrici di uomini e donne all’ora di pranzo alla tv.
Quando il gioco si fa duro io vi rompo il culo. Perché non mi fa più paura nessuno.

"Jazz and Charity", quando persino dueditanelcuore diventa una persona seria.

Ogni tanto è necessario smettere di fare i cazzoni, e parlare delle cose serie.
Lo so, è difficile, non ditelo a me. Quando faccio finta di non buttare tutto in caciara, alla fine me ne esco con qualche battuta inopportuna.
Stavolta, però, mi ci metto davvero con l’impegno, e per fortuna ho altre persone che mi aiutano in questa grande impresa.
Venerdì a Roma c’è il tromborama, tappa fissa ormai per tutti noi sfascioni ballerini, ci sarà sicuramente anche qualche altro evento fichissimo al quale sicuramente non si può mancare, però prima ci sarà un evento molto bello al quale avrò non solo l’onore di partecipare, ma del quale in parte sono anche testimonial, con immenso piacere.
TestimoniCHE? E chi sei? Nessuno, solo una persona molto interessata all’argomento.
Sto parlando di un aperitivo in un posto super chic chiamato Radisson Blu Es Hotel, in zona Termini, ma non è un normale aperitivo di quelli a 10 euro raccontati nelle canzoni de i Cani.
È un aperitivo solidale, in concomitanza con la giornata internazionale delle malattie rare, e vuol dire che voi venite, rinunciate a un negroni sbagliato al locale dove andrete dopo e i 10 euro li spendete da noi, e ce lo paghiamo anche noi che ci stiamo dietro, altrimenti che beneficenza è?
Oltre a bere e mangiare vi beccate pure un concertino jazz, e da qui deriva il nome dell’evento “jazz and Charity”. Delizieranno infatti le nostre orecchie i ragazzi del “Carletto Conti Trio”. Non vi piace il jazz? E chi se ne frega, nel frattempo potete sognare di stare al concerto di Skrillex o raccontare al vostro amico dei vostri problemi sentimentali.
E poi il fatto che ci sia io mi sembra già un ottimo motivo per mettersi in gingheri e venire a bere un prosecco.
L’evento, però, non serve a festeggiare la mia meravigliosa persona, bensì a ricordarci che sì, la nostra vita è una merda, quello lì proprio non ci vuole o ci ha lasciate dopo tre anni, ci ha tradite, i capelli non sono come lo vorremmo, abbiamo dei chiletti in più, abbiamo perso qualcuno, ma c’è chi ha problemi più seri dei nostri, problemi che, a differenza di una calza smagliata, non si possono risolvere con un po’ di smalto trasparente.
A parte la retorica spicciola sui meno fortunati, sulla malattia, su quanto faccia schifo non avere la possibilità di potersi curare, cose che non devo stare a raccontarvi io e non ne ho nemmeno la minima intenzione, questo evento è fondamentale perché lo sapete quanti soldi ci vogliono per comprare una nuova MOC, apparecchio per la misurazione della densità ossea, per il dipartimento di pediatria del policlinico Umberto I di Roma? 35000 euro. TRENTACINQUEMILAEURO. Io faccio persino fatica a scriverlo. Voi ce li avete? Io no, e nemmeno l’ospedale, e nemmeno gli organizzatori dell’evento, i fantastici ragazzi di Kuvaworld e della onlus “il sogno di Federica”.
Non ci sarà solo il concerto e il buffet e i drink, ci sarà anche una splendida riffa con dei premi messi a disposizione da un sacco di sponsor fantastici, io per esempio ho puntato un bel viaggetto e chissà, magari sono fortunata al gioco, visto che sono sfortunata in amore.
Se vi fidate almeno un po’ di me, visto che ormai - che sia di persona o che sia solo su internet - mi conoscete, state pur certi che nessuno ci guadagna un euro, tutto ciò che si guadagna si devolve in beneficenza, ché sì qua siamo tutti degli pseudo artistoisi disoccupati, ma progetti del genere non hanno niente a che fare con il guadagno personale.
E forse a molta gente tutto questo sfugge un po’ troppo spesso.

Insomma, ci siamo capiti? Domani venerdì 28 febbraio dalle ore 19 al Radisson Blu Es Hotel di Roma c’è “Jazz and Charity”, ci venite? Se sì mi trovate lì, poi dopo potete tranquillamente andare dove volete andare, ma sapendo di aver fatto la nostra buona azione quotidiana.
Spammate e venite!

Perché, nonostante tutto, non odio San Valentino.

Non sopporto le persone che parlano male di San Valentino.
Io, per esempio, un fidanzato non ce l’ho. Ho una carrellata di amori platonici e uno che mi piace ma che non è che mi veda poi molto, ma come tutti sappiamo quello che ci rimette è lui, eppure festeggio lo stesso.
In 24 anni ho avuto la possibilità di festeggiare solo una volta, e avevo credo sui dieci anni. Me la ricordo l’emozione del trovare il regalo giusto, il bigliettino con la frase d’amore scritto di mio pugno con tutte le penne colorate comprate con la paghetta settimanale che mi dava mia nonna - o rubate col trucchetto che mi insegnò mio cugino- la quantità imbarazzante di cuoricini e quelle parole delle quali non conoscevo nemmeno il significato, e il pensiero che anche lui si stesse facendo tutte quelle paranoie mi faceva stare bene. Poi il suo regalo fu una merda, lui non mi diede nemmeno un bacio, e la storia finì lì. Io stamattina sono uscita di casa e sono andata a farmi un regalo da sola, non è mica un segreto che per una donna ogni scusa è buona per regalarsi qualcosa che voleva comprarsi da tempo, e se, come me, non c’è nessuno che te la compri, lo fai te e tanti saluti. La mia amica Giulia si è comprata il mascara di Yves Saint Laurent che voleva tanto, da qualche parte nel mondo una donna si sarà regalata una manicure o un nuovo taglio di capelli. E non mentite, è tutto in funzione di trovare qualcuno col quale festeggiare l’anno prossimo e dal quale farsi fare un regalo. I single per scelta non esistono più, il mondo è un posto così brutto che io non posso proprio credere che qualcuno voglia viverci da solo. Stamattina poi ho anche comprato un bacio perugina e l’ho messo vicino alla foto di mio padre, se avessi il tempo e il modo andrei a trovarlo e gli farei gli auguri. Per anni ho trovato i cioccolatini sul tavolo o ho ricevuto un messaggio quando ero lontana. Poi si sono anche sempre beccata le sue prese in giro sulla mia zitellaggine, ma fa parte del gioco, chi qualcosa ce l’ha deride chi non ce l’ha, è così che funziona, no? I cioccolatini sul tavolo non li trovo più ormai, eppure ricordo con affetto quando c’erano. L’amore è amore, punto e basta. È amore in ogni modo, è amore ogni sfumatura. Se non avete qualcuno da amare, pensate a chi l’ha fatto in passato, guardate che l’amore non muore mica, non muore mai, non muore quando vi spezzano il cuore una, dieci, cento volte, non muore quando qualcuno se ne va e voi non potete più dirgli che lo amate, non muore ed è meglio che iniziate a convincervi di questo perché i baci e gli abbracci sono così belli e tutto il resto è così brutto. Chi l’ha deciso che debbano festeggiare solo le persone in coppia? A volte noi single tendiamo a restare nel nostro circoletto chiuso, ma sono sicura che tutti festeggeremmo, se ne avessimo la possibilità. E allora lo sapete che vi dico? Che io festeggio uguale. Ho fatto gli auguri alle mie amiche perché anche quella è una forma di amore, ho fatto gli auguri a me stessa perché se solo mi amassi un po’ di più le cose andrebbero diversamente, e forse oggi è la giornata adatta per rifletterci su. Io tutte quelle cose stupide come i peluche che tengono in mano i cuori con scritto ti amo, le rose rosse, la scatola di cioccolatini Lindor a forma di cuore le vorrei. Vorrei che qualcuno mi regalasse la torta sacher a forma di cuore che ho visto ieri in pasticceria, e vorrei mangiarmela tutta da sola, perché si ok l’amore è bello ma col cibo non si scherza, già condividerei me stessa, almeno la sacher lasciatemela intera. Poi certo è logico che come in tutte le cose cI sono gli estremisti, quelli che devono farci crashare Facebook a forza di pubblicare link con le frasi dei Modà, e che il cielo vi fulmini, o quella che deve per forza pubblicare i 150 euro di regali che le ha fatto quel fidanzato brutto e brufoloso che si ritrova, forse proprio per farci rosicare. Brutta stronza. Insomma, io rosico e non mi vergogno di ammetterlo, però poi rifletto su quello che ho e non è detto che sia peggio di quello che non ho. Penso anche a chi l’amore ce l’ha e sente il bisogno di festeggiarlo, penso a mia nonna, che stamattina avrà portato la colazione a letto a mio nonno, e penso all’altro mio nonno che abbraccerà la foto di mia nonna e ricorderà i San Valentino passati con lei. Penso a chi si ama, a chi si ama veramente, a chi ha amato ed è stato amato, e io la forza di incazzarmi con loro non ce l’ho mica. Penso anche che l’amore fa schifo solo se non ce l’hai. Senza amore non ci sarebbero le canzoni e non ci sarebbero i film, non ci sarebbero i cuori spezzati e nemmeno il cioccolato per curarli. Aho ma che vita de merda sarebbe senza cioccolata? Non scherziamo. Non siate cinici, per provare odio esistono già la politica e i derby di calcio. Auguri a voi, tanto almeno una persona con la quale festeggiare ce l’abbiamo tutti. E sì, per me valgono anche gli animali domestici. Cin cin.

Le raccomandazioni.

Ogni tanto, quando qualcuno della mia famiglia assume qualche atteggiamento di protezione nei miei confronti, immagino una conversazione tra mio padre e le persone che ci sono ancora.

Un po’ tipo quelle raccomandazioni che mi faceva prima di uscire, e che fanno tutti i genitori: non fare tardi, non ti ubriacare, guida piano.

Chissà se è avvenuta davvero, io sono abituata a inventarmi le cose e a fantasticare, la maggior parte del tempo la passo con gli occhi chiusi a immaginare di rotolarmi sul prato di Villa Borghese con quello che mi piace.

La immagino più o meno così:

"Stalle vicino sempre, ma non troppo. Controllala a distanza, se ti avvicini troppo ti becchi la scossa come quando chiudi la portiera della macchina con le scarpe con la suola di gomma. Non farle domande, se vuole raccontarti qualcosa lo farà da sola. Non soffocarla o ti manda a fanculo, non stressarla o ti manda a fanculo, non dirle come vivere la sua vita o ti manda a fanculo.

Controlla che non si faccia arrestare per aver insultato gli autisti dell’atac o i controllori trenitalia, e che si dia una calmata.

Portala a cena fuori una volta a settimana, come facevo io. Non guardarla male se mangerà cinque portate diverse, se ordinerà delle patatine fritte e della salsa barbecue. Non guardarla male nemmeno se farà la scarpetta.

Alle cene di famiglia, a un certo punto, toglile il vino, e non metterle mai davanti la bottiglia di liquore al cioccolato.

Portala al cinema a vedere i film dei supereroi. Una volta può bastare, poi ci andrà altre volte, ma lo farà da sola, come fa sempre. Ogni tanto, però, portala anche a vedere le commedie francesi.

Controlla che non si innamori ancora una volta dell’uomo sbagliato, ma convincila che qualcuno di normale esiste, e falla fidanzare, che è da sola da tutta la vita.

Comprale un libro a ogni festa, poi scrivile sulla prima pagina la data e una dedica. Legge tutto, ma non i romanzi Harmony. E nemmeno le biografie.

Dalle gli abbracci, ma dopo dieci secondi staccati. Guarda che lei li conta, e se superi il tempo massimo inizia a scalpitare.

Pagale l’analista, falle notare quando è vestita particolarmente male, ogni tanto dille che è dimagrita, anche se non è vero”.

State rispettando quasi tutti i punti.

Grazie.

Anonymous: Perchè non ritorni a milano?

Perché al momento sarei disoccupata tanto quanto lo sono a Roma, ma almeno qui non mi devo pagare l’affitto.

Che cosa ci manca?

A tutti noi mancano sicuramente un sacco di cose, al momento, nella vita. Mancanza intesa come cose che non abbiamo più, che però avevamo, e quando c’erano era tutto più bello. Una persona, un ricordo, un periodo particolare. Non mi manca niente, non ho niente, dicono i Tre Allegri Ragazzi Morti. Per una volta sono costretta a dar loro torto: non ho niente ma mi mancano un sacco di cose. In particolare questo è quello che manca a me, e a voi, invece, cos’è che manca?

Di mio padre mi manca la sua costante approvazione per qualunque cosa io dicessi o facessi, mi manca la sua voce intonare le canzoni o chiamare il mio nome, chiamarmi Denai come mi chiamano tutti i miei amici, e mi manca la sua profonda voglia di vivere che non si è spenta nemmeno nelle ultime ore della sua vita, e vorrei tanto che me l’avesse lasciata in eredità.

Di mia madre mi manca l’affetto, ma quello mi è sempre mancato perché non c’è mai stato, mi manca la scia lasciata dal suo profumo quando entrava in una stanza, e la frittata di patate più buona che io abbia mai mangiato in tutta la mia vita, che lo so che di così buone non ne mangerò mai più.

Di mia nonna mi manca la torta ricotta e cioccolato che faceva solo per me, e della quale nessuno conosce la ricetta perché non ha fatto in tempo a lasciarla scritta per noi, mi mancano le sue domande sulla mia vita e le sue mani ruvide che mi accarezzano.

Di te mi manca la tua maglia di Star Wars, molto più bella di tutte quelle che ho io, e il modo in cui ti stava un po’ aderente sulla pancetta alcolica, mi mancano i tuoi messaggi anche un po’ spinti su whatsapp, che peró mi facevano sentire desiderata, e le tue, a questo punto probabilmente finte, iniezioni di autostima a suon di “sei meglio di quello che credi tu”.

Del mio primo fidanzato mi manca la sua timidezza così profonda da portarlo a vergorgnarsi di darmi i baci di fronte agli altri, mi mancano i suoi capelli biondi davanti agli occhi e i bigliettini d’amore.

Dell’America mi mancano le patatine fritte del cuoco del college, quelle che mi metteva da parte solo per me, mi mancano le luci di Times Square che pure se era mezzanotte sembravano le due del pomeriggio, e il mio professore di conversazione che era bono come un panino alle noci.

Di quando ero piccola mi manca essere magra, mi manca partire ogni fine settimana col mio borsone e il sentirmi grande e indipendente, a 12 anni.

Della scuola mi mancano le ore di buco a giocare a carte, mi manca sottolineare i libri con la matita e con il righello e il mio prof di lettere che mi diceva che nella vita avrei fatto la scrittrice.

Di Milano mi manca camminare sui navigli di notte per tornare a casa, mi manca poter uscire col pigiama e i biker boots per andare al supermercato senza essere fissata per strada, e mi manca la vita, che lì era più bella.

Gli esercizi per l’autostima.

"D. li hai fatti oggi gli esercizi per l’autostima?"
“No A. scusami tanto, oggi no, me ne sono dimenticata.”
“Forza vai allora.”
Potrebbe sembrare bellissimo avere qualcuno che si preoccupa di ciò che pensi di te stessa, qualcuno che ogni mattina su whatsapp ti chiede come stai anche se non è quell’ora a settimana che deve dedicarti perché la paghi per farlo.
Invece è come un continuo esame da affrontare e da superare, perché se A. ti rimanda vuol dire che non ci state capendo un cazzo, né tu né lei, A. si incazza perché il suo lavoro non sta andando come dovrebbe andare e te non vuoi far arrabbiare nessuno.
D. si svegliava ogni mattina, con gli occhi ancora appiccicati dal sonno e dai rimasugli di mascara della sera prima, si metteva davanti allo specchio, addirittura prima di bere il the, e iniziava la tiritera.
“Sono una ragazza normale e non ho niente che non va.
Sono carina.
Sono bella.
Sono bellissima.
Sono una topa atomica.
La mia bocca va bene così.
I miei zigomi vanno bene così.
Le mie cosce sono magre abbastanza.
Le mie gambe sono lunghe abbastanza.
I miei occhi sono grandi abbastanza.”
Ogni stracazzo di mattina.
Ogni stracazzo di mattina D. doveva segnare sull’agenda il punto di arrivo.

"A. a me queste sembrano tutte cazzate."
“Guarda che funzionano, forza, mettiti davanti allo specchio e racconta a te stessa i tuoi pregi.”
“Io non ho pregi, io ho solo difetti.”
È sempre stato così, anche quando c’era qualcuno che almeno una tacca al giorno l’autostima a D. l’alzava.
Avere vent’anni e sentirsene quaranta, non accorgersi nemmeno di non avere le rughe.
“Sono intelligente.
Piaccio alle persone.
Sono interessante.
Conosco un sacco di cose.
Sono simpatica.”
Ogni stracazzo di mattina.
Ogni tanto si dava pure una pacca sul culo da sola.
Poi sull’agenda a scrivere “oggi sono arrivata a dire che sono bella, traguardi importanti, come quando sono riuscita a mettermi perfettamente l’eyeliner senza sembrare una che non si lava da quel sabato sera in cui è andata a ballare fino alle sei del mattino e poi ha preso un sacco di pioggia.”

"Scusa A. ma a me continuano a sembrare cazzate. Non ti darò più i miei soldi se questo è tutto ciò che riesci a fare. Ma non lo vedi che rotolo di ciccia?"
“Ma chi cazzo se ne frega della ciccia? Più profondo, scava di più, vai più giù”.
D. ha fatto dire ad A. un sacco di parolacce, poi A. si scusava anche un po’ rossa in viso, “non è mica professionale, scusa, ma mi sembri scema”.
Quando D. ha raccontato ad A. di quello lì che proprio non voleva avere a che fare con lei, D. si è beccata anche un vaffanculo.
Il più sincero di tutta la sua vita.

Allora vai a correre e la sera ti senti soddisfatta, un po’ la rabbia se ne va, un po’ piano piano se ne va la ciccia, poi compri un mascara nuovo per avere le ciglia più lunghe, una gonna più corta, una maglia più scollata.
Ma non è mica solo un fatto estetico, ha ragione A., quella stronza ha sempre ragione, allora si scava un po’, un po’ di più, ogni giorno.
Però oh ammazza che ciglia che ti fa quel mascara.

Nessuno capisce più la timidezza, basta mettere anche solo un pensiero sulla pubblica piazza che diventi una che ci crede tantissimo, una che pensa che tutti dovrebbero darle retta.
Insomma, non funziona proprio così.
Non è che perché sono stati inventati i social network e stiamo sempre tutti collegati ogni secondo della nostra vita, allora siamo così anche nella vita vera.
È una maschera, se D. viene portata in mezzo a persone che non conosce diventa un divano letto con una fodera orrenda.
A casa sua D. è sempre etichettata come quella-che-non-parla-mai, e giù tutti a domandarsi “ma come fai a fare il lavoro che fai?”

Caricare una foto in cui ti senti carina è un esercizio di autostima.
Anche rendere pubblico un blog che per anni è rimasto segreto lo è.
Sentirsi ogni giorno dire “sei bella”, “sei brava”, “mi piace quello che fai” per alcuni è la normalità, per altri è assurdo, per D. è una pacca sulla spalla.

Prima era tutto più divertente, adesso è solo un circolo vizioso: zio regala soldi a D. e le dice “comprati un paio di pantaloni più belli di quelli che indossi ora”, D. li porta ad A., A. strizza il cervello di D. come fosse una bustina di the.
A. con quei soldi forse ci compra i carciofi al supermercato, non ci è dato saperlo.

Una volta A. ha detto a D. che il cervello è molto strano.
Ci può mettere un secondo, un’ora, un giorno o dieci anni a realizzare quello che di brutto, ma anche di bello, ci succede nella vita.
Il cervello di D. è ancora forse troppo concentrato sul provare ad accettarsi per capire che qualcosa è successo, un anno e mezzo fa.
A. dice che prima o poi ci arriverà e sarà bruttissimo, dice a D. che deve essere pronta ad affrontarlo, quando accadrà, e che se prima non si piacerà almeno un po’ non avrà la mente abbastanza libera per concentrarsi.
“D. lo hai scritto quello che volevi scrivere?”
“No A. non l’ho scritto, e se poi non piace? E se mi insultano? E se mi dicono che non sono capace?”
“D. vai davanti allo specchio.”
“Sono capace.
Lo so fare.
Sono brava.
Me l’ha detto qualcuno.”
“Qualcuno chi?”
“Qualcuno, una volta, più volte, ogni tanto. Insomma fammi continuare.
Ecco ho perso il filo, insomma sono bella sì certo che sono bella, sono intelligente, interessante, ok oggi non mi va più”.

È un po’ che a D. non va mica più, sarà che tanto si vede sempre uguale, sarà che tanto si sente sempre uguale, sarà che forse quei 50 euro a seduta sarebbe meglio spenderli da Max Mara, chissà.

Sarà che che palle la gente che ti dice che te la tiri solo perché prima di mettere piede fuori casa e andare a vedere dal vivo persone che non hai mai visto, la tiritera bisogna ripeterla per ore.
Sarà che che palle la gente che nel 2014 ancora non capisce un cazzo, ancora ci si basa sempre e solo sul fatto che se non esci con un lenzuolo addosso con solo due buchi all’altezza degli occhi per non inciampare, allora sei una che vuole farsi vedere.


Insomma tanto alla fine lo sapete tutti che mi chiamo Denise, nome che inizia con la lettera D.

Anonymous: Ho letto il racconto sul tuo papà, sul gelato, sui cuori spezzati e sulle persone che vorrebbero farlo ma non si parlano più, ho versato qualche lacrima e ho letto, poi, tutto d'un fiato il tuo blog. Mi piace cosa scrivi e come lo fai, io l'ho preso come un "invito a Vivere"..E mi è tornata la voglia, l'ispirazione di scrivere

Quella persona lì continua a non parlarmi più, non so nemmeno se ha letto quel post.
Vivi, scrivi, fa come te pare, daje!